
LA BELLEZZA ESPRESSA DA ARCHÉ
CONCETTI FILOSOFICI
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Assorti nella contemplazione di una vita che disegna figure di infinite forme, consistenze, gradazioni di colori, profumi e suoni, trascorriamo il nostro tempo nella beltade dell’opera divina della Creazione; un sentire alato immerso nella perfezione di Dio, la bellezza dell’esistenza. Se solo potessimo dare una definizione esaustiva di cotanta beltà, se solo ci bastasse ammirare la lucentezza della luce che essa emana per poter vivere nella pace e nell’armonia che tanto sospiriamo e che non smettiamo mai di cercare! Non basterebbe una vita per riuscire a intendere il significato sconfinato della bellezza che ci circonda e che ci darebbe quell’impulso d’amore che, dal nostro intimo più profondo, scaturirebbe in azioni da far sussultare il cuore a chiunque. Che dolce melodia vivremmo se potessimo sempre sentire quel pulsare armonico da cui il seme d’amore germina e, dentro di noi, si espande fino a non riuscire più a contenerne la forza che esso genera. Lasciarlo libero dai lacci del nostro corpo per espandersi nell’ambiente a noi prossimo dovrebbe essere lo scopo della nostra missione terrena. Ma molto spesso, questa divina sensazione, resta incatenata in noi perché incapaci di esprimerla nella materia, realizzando opere tangibili che possano emozionare e farci emozionare, in un ballo armonico in cui ognuno desidera essere protagonista.
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Ecco che la bellezza fa capolino tra le insenature di questo dolce sentimento che, per svelarsi in un’onda di infiniti effetti di grazia, abbisogna di quel sapere giusto e certo proprio della Conoscenza. In questo divenire la scintilla d’amore, che in noi scaturisce, può divampare in opere di incontenibile meraviglia: le opere d’arte del nostro passaggio sulla Terra. Solo sopraffatti dall’“Amore Puro” (privo di desiderio), infatti, diveniamo ricettori consci della Luce divina che, in noi, si manifesta con l’intuizione.
Questo è il messaggio di Dio che pulsa improvvisamente nella nostra mente, rendendoci co-autori di opere autentiche perché capaci di lasciare un segno indelebile nell’animo di coloro che le hanno viste e vissute con stupore inatteso. Ed è proprio lo stupore che risveglia in ognuno di noi il senso di meraviglia, ahimè, troppo spesso assopito.
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Meraviglia e stupore rappresentano, dunque, l’epifania dell’amore di Dio e sugellano l’opera nella memoria dell’uomo. Così l’amore si insinua e fluisce negli argini della bellezza per traboccare nella materia, formando le realtà che percepiamo e che cadono sotto i nostri sensi. Soltanto in questa danza l’amore si palesa nelle vesti della bellezza che si materializza nell’opera, generando, a chi ne è destinatario, un senso di indimenticabile appagamento. È straordinario leggere nella Genesi come la bellezza venga definita con una parola, la cui traduzione dall’aramaico si traslittera in greco con i significati di “bello”, “buono” e “che ti fa star bene” (sintetizzato nelle traduzioni successive con il sinonimo “giusto”). Ed è in questa visione che il Cardinal Ravasi, colto conoscitore dell’aramaico, nel suo libro sulla bellezza ne argomenta una descrizione aulica, seguendo fedelmente il significato della parola originale, in cui affianca il bello ad azioni sempre buone e giuste, quindi armoniose. In questo soffio di parole viene rimarcato il valore dell’opera di Dio della Creazione, in cui è sottinteso, nel Suo compiacersi, che essa non sia solo una mera azione estetica, ma l’espressione di cose belle perché anche buone e giuste.
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Non è facile oggi avere la visione sicura di questo sentire divino perché persi in un quotidiano che sembra abbia tagliato le cime con quel senso originale. E questo è un effetto di scelte e azioni di uomini e istituzioni che, nel tempo, hanno cambiato il corso del significato del nostro sentire. Un esecrabile sconfinamento dall’armonia di Dio, eretto sulle fondamenta del concetto di bellezza descritto nella Genesi, dove l’umanità del Medioevo edificò una pratica che ne stravolse il pensiero. La raffigurazione di Dio e tutti i Santi del cristianesimo nei luoghi di culto, seguita da un’evoluzione della tecnica pittorica (in età rinascimentale), fu l’improvvida concessione della Chiesa, dove la personificazione di Dio si esplicò nella pervicacia materializzazione fisica, teorizzata dall’uomo. In quella contemplazione dei corpi, in cui il Verbo s’è fatto carne, è fiorita una prima originale concezione del significato autentico di bellezza; ma la continua ed assidua ricerca di perfezionamento delle tecniche, per realizzare opere sempre più raffinate, ha tradito la purezza eterea, di cui la bellezza ne è proiezione di luce divina, in una esaltazione della fisicità. Interpretando la vita come un’evoluzione fisica ciò ha spalancato le porte alla cultura dell’uomo moderno, in cui il concetto di bellezza, degenerando, è imploso in quello di “utile”. Così, nello stato incosciente in cui viviamo, l’utile diviene l’elemento principe di una filosofia basata sulla protervia e accanita ricerca della perfezione, in una corsa, ogni giorno più vorticosa, verso l’esaltazione della sola tecnica.
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Frutto di quel lontano impulso della Chiesa del Medioevo, la cultura del nostro sentire si è evoluta in un concetto di bellezza non più eterea, fatta di contemplazione e armonia, ma nell’espressione, attraverso le infinite arti insite nell’uomo, di azioni che rispettino esteriorità pregne di scopo. La traiettoria di questa evoluzione di pensiero ha portato ognuno di noi a percepire la bellezza non più come qualcosa che solo colpisce il nostro animo, in quell’aurea umbratile di inspiegabilità e soggettività data dall’amore, ma in un’idea di bellezza in cui già la parola “idea” inquadra una realtà strutturata che è misurabile e, pertanto, valorizzabile. Questo è il risultato del nostro intendere la vita, che calca le linee dei contorni di come viviamo la spiritualità nell’epoca attuale: un’esaltazione della ricerca della perfezione tecnica in cui chi conosce di più può modellare i propri impulsi formando opere sempre più perfette che, non sempre però, hanno l’obiettivo di suscitare nel destinatario stupore e meraviglia, ma che sicuramente non mancano mai di quella soddisfazione propria, che proviamo e a cui teniamo tanto, e che si traduce nell’insaziabile piacere dell’esser riconosciuti. Vi è da dire che negli ultimi anni il concetto di bellezza si è ulteriormente evoluto oltre all’utile, producendo atti nella materia intrisi di ansia da prestazione che hanno traghettato l’umanità verso una produzione infinita di gesti e invenzioni a velocità insostenibile, generando una nuova e pericolosa cultura, quella dell’obsolescenza.
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Ma che fine ha fatto l’originale sentire, madre del concetto di bellezza che, se espressa, crea le opere d’arte a cui nessuno di noi può rinunciare e che divengono, nel ricordo, sensazioni di approdo ad un porto sicuro quando la nostra anima non riconosce più il significato delle nostre azioni e ci dirotta verso momenti di sconforto e depressione?
Ecco come abbiamo perso l’autenticità di una bellezza vissuta secondo i dettami di Dio, nella proiezione geometrica di luce della Creazione, che arreda l’ambiente in cui sostiamo! Dobbiamo tornare a riscoprire quell’originale sentire e, sfruttando le doti che Dio ci ha donato, misti alla nostra conoscenza della tecnica, generare atti che provochino emozioni e ci facciano emozionare all’unisono, per sentirci nuovamente parte del Tutto. Soltanto quando in noi, misteriosamente, fiorisce il desiderio incontrollato di armonia e pace, che non riusciamo a contenere e che esprimiamo nella materia, allora ciò genera il “bello” puro ed etereo, descritto nella Genesi. Infatti, più un’opera è curata nei dettagli, seguendo logiche geometriche perfette, se è realizzata da impulsi di amore, più è efficace nell’intento di produrre sentimenti di bellezza nelle persone e nelle creature che la stanno osservando. Questo è il grande segreto dell’arte! Questa è la missione dell’artista!
Ma, d’altronde, che civiltà saremmo oggi se non avessimo esasperato il concetto di bellezza?